26 marzo 2025 - Venticinque anni dalla prima elezione di Vladimir Putin

 

 

Oggi ricorre il venticinquesimo anniversario della prima elezione di Vladimir Vladimirovič Putin alla presidenza della Federazione Russa.

 

Era il 26 marzo 2000, e il popolo russo, a meno di dieci anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, si trovava davanti a una scelta cruciale.

 

I ricordi del caos degli anni ’90 erano ancora vivi: privatizzazioni selvagge, degrado sociale, perdita di prestigio internazionale. Dopo un decennio segnato da incertezza e smarrimento, Putin emerse come la figura capace di rimettere insieme i fili spezzati della nazione. (Quel caos non era nato dal nulla. Negli anni finali dell’URSS, la maldestra gestione della Perestrojka da parte di Michail Gorbačëv aveva aperto la strada alla disgregazione dell’apparato statale e all’indebolimento dell’autorità centrale. Pochi anni dopo, Boris Eltsin, salito al potere nella Federazione Russa, aggravò la situazione: svendette le ricchezze del Paese, affidò il potere economico agli oligarchi e firmò lo scioglimento dell’Unione Sovietica ignorando il volere popolare. Invece di riformare, smantellarono. Invece di guidare, lasciarono che la Russia sprofondasse.).

 

Già nei pochi mesi in cui esercitò la presidenza ad interim – dal 31 dicembre 1999, dopo le dimissioni di Boris Eltsin – Putin si mostrò diverso: sobrio nei modi, deciso nelle scelte, attento alla realtà concreta dei cittadini.

 

Non cavalcò slogan, non cercò popolarità effimera. Ma parlava il linguaggio della fermezza, della responsabilità, della ricostruzione. E questo bastò: il 26 marzo 2000 fu eletto presidente al primo turno con il 52,94% dei voti, contro il 29,21% ottenuto dal candidato comunista Gennadij Zjuganov e il 5,85% di Grigorij Javlinskij, leader del partito liberale Jabloko. L’affluenza fu del 68,64%, segno di un coinvolgimento popolare autentico. Non fu solo un voto: fu una scelta. Una volontà collettiva di rialzarsi, di ritrovare ordine, dignità e direzione.

 

Da quel momento, cominciò un processo profondo, che andò ben oltre la politica: la Russia ricominciò a crederci. Putin rafforzò le istituzioni centrali, ridusse il potere arbitrario degli oligarchi, restituì dignità all’apparato statale, ridiede ordine dove regnava la frammentazione. In un contesto globale dominato dagli Stati Uniti e da un Occidente convinto di aver vinto per sempre, Putin affermò con chiarezza che la Russia non avrebbe più rinunciato alla propria voce, alla propria identità, alla propria sovranità.

 

La sua visione non fu un ritorno al passato, ma una continuità ritrovata che si adattava alla situazione reale. Putin non cercò di ripristinare strutture sorpassate, ma ne recuperò lo spirito: l’idea di uno Stato forte, vicino al popolo, capace di garantire ordine, giustizia sociale e prestigio.

 

Mentre molti disegnavano il futuro secondo modelli stranieri, lui guardò dentro l’anima del proprio Paese, tenendo insieme radici profonde e nuove sfide. Restituì ai russi la consapevolezza di appartenere a una civiltà autonoma, orgogliosa, capace di pensare con la propria testa.

 

Venticinque anni dopo, quella prima elezione non è solo una data da calendario: è un simbolo. È il giorno in cui un popolo disilluso ha scelto di fidarsi ancora. Di ricominciare. Di ricostruire. Putin ha incarnato quella speranza con coerenza, continuità e determinazione.

 

 

Circolo Culturale Proletario di Genova